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mercoledì 28 maggio 2008

The way advertising should be

Ieri sera, al Teatro Storchi di Modena, siamo stati allo "Spotnostop", manifestazione in cui sono stati presentati i migliori spot di Cannes 2007. Ne ho visti di bellissimi, ma questo me lo porterò dentro per un bel po'...



Category: Public Awareness Messages
Title: SIGNATURE
Advertiser/Client: AMNESTY INTERNATIONAL
Product/Service: HUMAN RIGHTS AWARENESS
Entrant Company: TBWA\PARIS
Country: FRANCE
Advertising Agency: TBWA\PARIS
Country: FRANCE
Executive Creative Director: Erik Vervroegen
Creative Director: Erik Vervroegen
Copywriter: Stephane Gaubert/Stephanie Thomasson
Art Director: Stephanie Thomasson/Stephane Gaubert
Account Supervisor: Guillaume Allilaire
Production Company, City: MAGIC LAB, Montreuil
Country: FRANCE
Director: Philippe Grammaticopoulos
Producer: Maxime Boiron

sabato 1 dicembre 2007

1 dicembre... ancora!

Aspettando il giorno in cui questa giornata mondiale per la lotta all'AIDS non sarà più necessaria...

venerdì 15 dicembre 2006

34 minuti per morire, migliaia di anni per civilizzarsi

Il signore qui sopra, Angel Diaz, portoricano, è stato condannato a morte in Florida. Il suo crimine - omicidio - risaliva al 1979, quando si dice "un processo rapido". La sua esecuzione è stata messa in pratica solo in questi giorni. Metodo previsto: iniezione letale. Quando si dice politically correct...

Tempo previsto per il decesso: 15 minuti.
Tempo effettivamente impiegato: 34 minuti.

Trentaquattro minuti.

E c'è chi dice che la morte sia un attimo.

Senza dilungarmi in inutili (e ripetitivi) discorsi sulla barbarie dell'omicidio come pena comminata dallo Stato, vi invito a fare due cose:

- recuperate il dvd di "Difesa ad oltranza", film splendido con una Sharon Stone attrice vera.
- se avete tempo, date uno sguardo a questa breve storia che scrissi tempo fa (disegnata da Andrea Gadaldi).

Come sempre, commenti e pareri sono molto graditi! ;-)


giovedì 27 luglio 2006

Guantanameros


E' proprio questo il titolo che pensavo di dare a una storia (di una tavola... o pagina per i non addetti! :-p) a fumetti che uscirà sul primo numero della rivista Mono, per la Tunué (con i disegni dell'ottima Laura Spianelli).

Uso il mio blog per ufficializzare questa "notizia" che sono certo molti di voi attendevano in stato di angosciosa attesa! :-)))

Tempo fa (un mese e più?) Marco Rizzo (direttore artistico della rivista con Sergio Algozzino) mi ricordò di questa iniziativa e, beh, chi mi conosce sa che dimentico anche cose importanti come questa!

Immediatamente mi detti di fare. Ero in biblioteca, all'università. Mandai (con enorme sacrificio) al diavolo i libri di diritto e iniziai pensare. Pensare e scrivere. Scrivere e pensare. Appuntare.

Ne uscirono fuori due idee. Una, che scartai, aveva, come dicevo, il titolo di questo post. Si sarebbe dovuta svolgere interamente nel campo di concentramento di Guantanamo. Ciò che mi fermò, però, fu l'idea di produrre una semplice cronaca di una giornata (immaginata, ovviamente) a Guantanamo. La cosa, per quanto non inutile, non mi sembrava stimolante.

Optai, quindi, per qualcosa che con Guantanamo, in qualche modo, ha ancora a che fare. E, prima che me lo chiediate... no, non ho intenzione di darvi ulteriori dettagli! :-p

Sappiate semplicemente che si tratta di una storia di denuncia, sulla famiglia, sui valori, sul senso di patria e sulle proprie radici.

Tutto in una pagina? Potete scommetterci, belli! ;-)

lunedì 13 febbraio 2006

K.K.K.: Ke kakkio kombinate?

Sono una persona tollerante.
Passo sopra a circa due milioni di cose che, spesso, potrebbero essere oggetto di infinite discussioni.
Tuttavia c'è qualcosa su cui non transigo: l'ignoranza. E alla base di ogni pregiudizio, generalizzazione e, in prospettiva, razzismo, c'è sempre lei: l'ignoranza.

Su consiglio di un amico milanese con cui parlavo qualche giorno fa di razzismi italiani, ho acquistato (peraltro in offerta) L'orda. Quando gli albanesi eravamo noi, un libro di
Gian Antonio Stella. Si tratta di un libro sull'emigrazione italiana.
Non ho ancora avuto il tempo di leggerlo, ma l'inserto centrale - con le vignette al vetriolo dei giornali statunitensi, australiani, ecc. su noi "mangiaspaghetti mafiosi" - è un ottimo biglietto da visita.

Neanche a farlo apposta, stamattina mi sono trovato a passare in quel microcosmo che è la Cumana di Napoli: trattasi di una sorta di metropolitana che, partendo dal centro del capoluogo campano, arriva fino alla provincia più prossima (Pozzuoli, Torregaveta, ecc.). Lì - sì, il caso sa essere beffardo - camminando, colgo una frase di una signora: "Non è che uno è razzista, ma ci hanno invaso troppo assai".
Ora... al di là della fantasiosa forma italiana (ho tradotto letteralmente dal dialetto partenopeo), il concetto era evidentemente riferito agli stranieri.

Fino a qualche tempo fa mi sarei fermato per far capire alla signora che con ogni probabilità si sbaglia, che parliamo di gente che nel 90% dei casi è semplicemente disperata, se decide di fare viaggi in condizioni disumane per venire qui da noi. Le avrei detto che quel ragazzo africano laggiù poteva essere suo figlio, che so? In Germania o negli USA. Cosa avrebbe detto dei Tedeschi se avesse saputo che la sola vista di un Italiano determinava atteggiamenti ostili, se non insulti e sguardi sprezzanti?

Non le ho detto nulla, invece. Non c'è un perchè. O forse c'è: la mia egoistica ricerca di tranquillità. Ma magari c'è dell'altro: ho bollato, in pochi secondi, con un pregiudizio di ritorno, la signora come un'ignorante. Certo, ha detto una cosa ignorante, ma magari è buona... chi può saperlo?

E, al di là di tutto, a chi importa?

Sembrerò un fatalista, ma sono abbastanza stanco di tentare di cambiare - anche nelle piccole cose - una città come questa. Le cose vanno di merda perchè molta gente ha merda nella testa. Beh, se lo meritano. E' giusto così.

Il punto è... che ho fatto io per meritare questo?